Bruciare le navi raggiungi i tuoi obiettivi con un fiammifero

Bruciare le navi: raggiungi i tuoi obiettivi con un fiammifero

“Per vincere l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è osare, osare ancora e sempre osare.” Georges Danton

A tutti noi sarà capitato, almeno una volta nella vita, di aver fissato un obiettivo preciso e di aver incontrato, a un certo punto del cammino, una difficoltà apparentemente insormontabile. Una di quelle difficoltà che non ti chiede semplicemente di rallentare, ma di fermarti — e poi di tornare indietro.

Quando ci troviamo davanti a una situazione avversa, la prima cosa che siamo tentati di fare è guardarci intorno alla ricerca di vie d’uscita. Cerchiamo la strada secondaria, il piano alternativo, il percorso di ritorno verso quella zona di comfort dove abbiamo custodito tutte le nostre certezze e dove ci sentiamo al sicuro da qualsiasi rischio o complicazione. È umano. È comprensibile. Ed è, nello stesso tempo, il modo più efficace per non arrivare mai da nessuna parte.

Questo atteggiamento, per quanto rassicurante nel breve termine, non porta ad altro che a ritornare sui propri passi, lasciare le cose esattamente come stanno e rinunciare — ancora una volta — alla realizzazione di ciò che desideriamo davvero.

Ma come si fa a resistere alla tentazione di scappare?

Esiste un solo metodo davvero infallibile: mettere noi stessi di fronte a scelte senza ritorno. Eliminare deliberatamente tutte le possibili vie di fuga che potrebbero riportarci indietro. In pratica, non lasciarsi altra possibilità se non quella di andare avanti — e riuscire.

La storia di Cortés e delle navi bruciate

La storia è piena di esempi di uomini e donne che hanno usato esattamente questo principio per raggiungere obiettivi che sembravano impossibili. Ma l’episodio più clamoroso — e più istruttivo — che ci sia stato tramandato è quello di Hernán Cortés e della sua straordinaria impresa di conquistare il Messico con soltanto 508 uomini e 11 imbarcazioni.

Era il febbraio del 1519 quando Cortés sbarcò sulle coste messicane con il suo esiguo esercito. Sapeva bene cosa muoveva i suoi uomini: la sete di oro e di gloria. Sapeva anche, però, che quella motivazione aveva un limite preciso — perché finché le navi fossero rimaste ancorate in riva al mare, i suoi soldati avrebbero sempre avuto a disposizione una scappatoia. In qualsiasi momento, se la situazione si fosse fatta troppo difficile, avrebbero potuto imbarcarsi e tornare a Cuba.

Fu così che Cortés prese la decisione più imprevedibile e, a prima vista, più folle della sua carriera: diede l’ordine di bruciare le navi.

Con quell’incendio scomparve ogni possibilità di fuga. Ai conquistadores rimasero due sole strade: morire in quella terra straniera oppure combattere con tutto quello che avevano per sopravvivere e vincere. E con quell’obiettivo ben chiaro davanti — senza alternative, senza piani B, senza reti di sicurezza — riuscirono nell’impresa incredibile di conquistare un impero con un pugno di uomini.

La lezione che ci hanno lasciato Cortés e i suoi non riguarda la guerra. Riguarda la psicologia della determinazione. Finché esiste una via di fuga, una parte di noi continua a tenerla d’occhio — e quella parte sottrae energia, attenzione e coraggio a ciò che stiamo cercando di costruire. Eliminare la via di fuga non è un gesto di temerarietà: è un atto di chiarezza.

Il piano B che sabota il piano A

Nella vita quotidiana, le nostre navi hanno forme diverse. Possono essere un lavoro che non ci piace ma che ci dà sicurezza. Una relazione che non funziona più ma che è comoda. Un progetto a cui non ci dedichiamo davvero perché, in fondo, “possiamo sempre tornare a quello che facevamo prima”. Una città in cui stiamo bene abbastanza da non avere il coraggio di lasciarla.

La consapevolezza di avere un piano B — quella nave lì, pronta e ancorata — riduce in modo significativo la capacità di impegnarsi a fondo nel piano A. Non perché siamo pigri o codardi: è una dinamica psicologica documentata. Quando il cervello sa che esiste un’alternativa, risparmia le energie. Non si mette completamente in gioco. Tiene sempre un piede fuori dalla porta.

Il risultato è che ci troviamo in una terra di mezzo scomoda: non abbastanza dentro il cambiamento da riuscire a realizzarlo, non abbastanza fuori da poter tornare indietro in pace. Ed è lì, in quella terra di mezzo, che molti sogni finiscono.

Bruciare le navi: la mia esperienza

Questo l’ho capito davvero solo quando ho cominciato ad avvertire il bisogno urgente di cambiare radicalmente la mia vita.

L’obiettivo era chiaro nella testa: volevo fare qualcosa di mio, dedicarmi a un’attività che mi desse soddisfazioni vere e mi restituisse del tempo — tempo per me, per i miei progetti, per le cose che amavo. Nove anni passati davanti a un computer in ufficio non mi gratificavano più, e lo sapevo da tempo. Il problema era che quel lavoro era l’unico mezzo che avevo per pagarmi un affitto e mantenere la mia indipendenza. E quella dipendenza mi paralizzava.

La paura di fare un salto nel buio era enorme. Così, invece di agire, cominciai a convincermi che il lavoro non era poi così male. Che con qualche piccolo aggiustamento avrei potuto farmelo piacere. Che forse le cose sarebbero cambiate. In pochissimo tempo, senza nemmeno rendermene conto, il mio obiettivo era diventato sopportare quella vita — non più trasformarla.

Era la nave che mi teneva ancorata. E finché non l’avessi bruciata, non sarei andata da nessuna parte.

Il modo che trovai per farlo fu, a dirlo, quasi banale. Entrai in un’agenzia di viaggi e prenotai un biglietto per New Delhi. Durata del viaggio: due mesi. Lo feci d’impulso, prima che la parte razionale di me potesse intervenire a frenare. Quando uscii dall’agenzia e ci pensai sopra, mi resi conto che non potevo più tornare indietro: il biglietto era acquistato, rimborsarlo mi avrebbe fatto perdere un bel po’ di soldi, e due mesi di assenza significavano una cosa sola — lasciare il lavoro.

Quel biglietto fu il mio fiammifero. Il giorno dopo ero dal mio capo con la lettera di dimissioni in mano.

Da quel momento la mia vita è cambiata in modo che ancora oggi faccio fatica a descrivere senza emozionarmi. Ho cominciato a dedicarmi alle cose che amavo davvero, a costruire i progetti che tenevo nel cassetto da anni, a scoprire che al di là della sicurezza di quello stipendio c’era un mondo enormemente più ricco di quello che immaginavo.

Benedico il giorno in cui decisi di prendere quel fiammifero.

Come bruciare le tue navi: qualche punto di partenza

Ovviamente non sto dicendo che chiunque voglia cambiare vita debba comprare un biglietto aereo e licenziarsi il giorno dopo. Le navi da bruciare sono diverse per ognuno, e ognuno deve trovare il proprio fiammifero.

Ma ci sono alcune domande che possono aiutarti a capire da dove cominciare.

La prima: qual è l’obiettivo che hai rimandato più a lungo? Quello a cui pensi spesso, che senti ancora vivo dentro, ma che non hai ancora davvero iniziato a inseguire. Quella cosa lì — quella — di solito ha una nave ormeggiata vicino, e vale la pena di identificarla.

La seconda: qual è la scappatoia che ti stai tenendo aperta? Il lavoro di riserva, la relazione di ripiego, la città da cui non te ne vai perché “per ora va bene così”. Tutto quello che ti permette di non impegnarti del tutto perché tanto puoi sempre tornare indietro.

La terza: cosa succederebbe se quella scappatoia non esistesse più? Se il piano B sparisse, in che direzione si muoverebbe tutta la tua energia?

Non è necessario fare gesti plateali. A volte il fiammifero è piccolo: dirlo ad alta voce a qualcuno di cui ti importa il giudizio, iscriversi a un corso senza possibilità di rimborso, fissare una data pubblica per un traguardo che hai sempre tenuto privato. La forma conta meno del principio: creare una situazione in cui tornare indietro costi più che andare avanti.

Il cambiamento raramente arriva quando siamo comodi. Arriva quando non abbiamo altra scelta che affrontarlo.

E tu?

Quali sono le navi che ti impediscono di lottare per ciò che vuoi davvero?

Cosa aspetti a prendere un fiammifero e a dargli fuoco?

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