perche mangiare carne inquina lambiente

Perché mangiare carne inquina l’ambiente?

Sapevate che ogni volta che mangiate una bistecca state partecipando, in qualche piccola misura, a uno dei processi più distruttivi per il pianeta che esistano?

So che sembra eccessivo. So che è una di quelle frasi che fanno venire voglia di chiudere la pagina e andare a fare altro. Ma vi chiedo di resistere ancora qualche minuto — perché quello di cui stiamo per parlare è qualcosa che quasi nessuno ci ha spiegato davvero, e che cambia il modo in cui si guardano le cose una volta che lo si capisce.

L’allevamento degli animali destinati all’alimentazione è oggi uno dei principali fattori di cambiamento climatico e di degrado ambientale, sia a livello locale che globale. Non una delle cause — una delle principali. E la maggior parte di noi lo ignora completamente, non per malafede, ma perché nessuno si è mai preso la briga di raccontarcelo chiaramente.

Proviamo a farlo adesso.

Come siamo arrivati fin qui: la trasformazione degli allevamenti

Per capire il problema bisogna prima capire come è cambiato il modo in cui alleviamo gli animali negli ultimi decenni. Fino a non molto tempo fa, gli allevamenti erano realtà relativamente contenute, integrate nel territorio, con animali che vivevano in condizioni parzialmente naturali e che si nutrivano di ciò che il territorio intorno offriva.

Poi è arrivata la produzione su scala industriale — e con essa, due modelli dominanti: l’allevamento intensivo, in cui gli animali vengono tenuti in spazi ridottissimi, con densità altissime e cicli di vita artificialmente accelerati; e l’allevamento estensivo su vasta scala, in cui enormi mandrie occupano territori immensi, divorando risorse naturali in quantità che non hanno paragoni con la tradizione.

Entrambi questi modelli rispondono a una logica economica precisa: produrre più carne, più velocemente, a costi più bassi. Il risultato è che sugli scaffali dei supermercati la carne è diventata più economica e più disponibile che in qualsiasi altro momento della storia umana. Il prezzo nascosto, però — quello che non appare sul cartellino — è quello che stiamo pagando noi, il pianeta, e le generazioni che verranno dopo di noi.

Attualmente, la metà delle terre fertili del pianeta è destinata alla coltivazione di cereali, leguminose e foraggio per nutrire gli animali da allevamento. Metà. Di tutte le terre coltivabili della Terra. E per creare nuovi pascoli, continuiamo ad abbattere foreste che ci hanno messo secoli a crescere.

Vediamo gli effetti di questo sistema uno per uno.

1. Deforestazione e desertificazione: la terra che scompare

Ogni anno, migliaia di ettari di foresta pluviale vengono abbattuti per fare spazio a pascoli e a nuovi terreni da coltivare per alimentare gli animali da allevamento. Il dato che mi ha colpita di più quando ho cominciato ad approfondire questo argomento è questo: per ogni hamburger importato dall’America Centrale vengono abbattuti e trasformati a pascolo circa sei metri quadrati di foresta pluviale. Sei metri quadrati per un hamburger.

Ma il problema non si ferma all’abbattimento degli alberi. Una volta che quelle foreste sono state distrutte e i terreni vengono sfruttati intensamente per l’allevamento, si mette in moto un processo di degrado difficilmente reversibile. Lo strato superficiale di humus — quello che rende il terreno fertile e produttivo — si erode rapidamente. Il suolo perde progressivamente la capacità di assorbire l’acqua piovana. Le falde acquifere si abbassano. E alla fine si arriva alla desertificazione: quel terreno non produce più nulla.

Secondo stime delle Nazioni Unite, il 70% dei terreni oggi adibiti a pascolo nel mondo è in vari stadi di processo verso la desertificazione.

E poi — ed è qui che il sistema diventa davvero perverso — quando un terreno si è esaurito e non produce più nulla, cosa si fa? Si abbattono nuove foreste. Le quali vengono a loro volta sfruttate intensivamente, si degradano, e il ciclo ricomincia. Le grandi pianure del West americano, un tempo ecosistemi ricchi e variegati, si stanno lentamente trasformando in distese semi-aride. I corsi d’acqua si sono ridotti a ruscelli. La fauna selvatica ha lasciato spazio al bestiame, e poi al silenzio.

2. Inquinamento chimico: veleni nel terreno e nell’acqua

Per nutrire gli animali da allevamento su scala industriale, si pratica la monocoltura su vastissime superfici. Mais, soia, cereali — sempre gli stessi, anno dopo anno, sugli stessi terreni. La monocoltura è conveniente per chi la pratica, ma è devastante per il suolo: esaurisce rapidamente i nutrienti naturali e rende necessario l’uso massiccio di fertilizzanti chimici, pesticidi ed erbicidi.

Il problema è che questi prodotti vengono spesso utilizzati in quantità superiori a quelle che le coltivazioni riescono effettivamente ad assorbire. L’eccesso penetra nel terreno, raggiunge le falde acquifere, contamina i corsi d’acqua e, attraverso di essi, arriva nei mari. Arriva anche nel cibo che mangiamo e nell’acqua che beviamo.

Un dato che illustra bene le dimensioni del problema: negli Stati Uniti, l’80% di tutti gli erbicidi utilizzati in agricoltura viene impiegato nelle coltivazioni di mais e soia destinate ad alimentare gli animali da allevamento. Non per nutrire le persone — per nutrire gli animali che poi nutriranno le persone. Un passaggio intermedio che moltiplica l’impatto ambientale.

Se quegli stessi terreni venissero coltivati con tecniche di rotazione per produrre direttamente cibo per l’uomo, non sarebbe necessario l’uso massiccio di prodotti chimici: la rotazione delle colture mantiene il terreno naturalmente fertile, senza bisogno di interventi chimici aggressivi.

3. Il consumo d’acqua: un’emergenza ignorata

L’emergenza idrica è ormai nota a tutti. Sempre più regioni del mondo affrontano siccità prolungate, le falde acquifere si abbassano, i ghiacciai si ritirano. Eppure, uno dei settori in assoluto più idrovori del pianeta continua a operare senza che quasi nessuno ne discuta: l’allevamento intensivo.

Il 70% di tutta l’acqua utilizzata sul pianeta è consumata dagli allevamenti e dalle coltivazioni destinate agli animali. Settanta per cento. In questa cifra rientra l’acqua per irrigare le coltivazioni di mangime, quella per abbeverare gli animali, quella per la pulizia degli spazi di allevamento.

Per renderlo concreto: una mucca da latte beve circa 200 litri di acqua al giorno. Un maiale 20 litri. Un bovino da carne 50 litri. Sommando tutto il fabbisogno idrico della filiera — dalla coltivazione del foraggio all’abbattimento — si stima che per produrre un solo chilogrammo di carne bovina siano necessari circa 15.000 litri di acqua.

Quindicimila litri per un chilo di carne. In un mondo in cui centinaia di milioni di persone non hanno accesso regolare all’acqua potabile.

4. Le deiezioni animali: il problema che nessuno vuole vedere

Ogni sistema di produzione produce scarti. Quello della zootecnica industriale ne produce in quantità enormi — e il problema dello smaltimento è uno dei più gravi e meno discussi dell’intera catena.

Il letame che si accumula negli allevamenti intensivi non può essere semplicemente restituito al terreno come fertilizzante naturale — come avveniva tradizionalmente nei sistemi agricoli pre-industriali. Questo perché gli animali allevati industrialmente vengono nutriti con mangimi ad alto contenuto di fosforo e azoto che il loro organismo non riesce ad assorbire completamente. Questi elementi vengono quindi eliminati con gli escrementi in concentrazioni molto elevate.

Quando queste deiezioni vengono sparse sui terreni — come avviene comunemente — il fosforo e l’azoto in eccesso penetrano nel suolo, raggiungono le falde acquifere e inquinano i corsi d’acqua. Nelle acque, l’eccesso di azoto e fosforo innesca il fenomeno dell’eutrofizzazione: una proliferazione abnorme di alghe che consuma l’ossigeno disciolto, soffocando la vita acquatica e creando quelle “zone morte” che si osservano in numero crescente nei mari di tutto il mondo.

In Italia, ogni anno gli animali da allevamento producono circa 19 milioni di tonnellate di deiezioni che non possono essere utilizzate come fertilizzante. Diciannove milioni di tonnellate di rifiuto che va smaltito in qualche modo, con tutti i problemi ambientali che questo comporta.

5. Lo spreco di risorse vegetali: l’equazione che non torna

C’è un’inefficienza strutturale nel sistema di produzione della carne che, una volta compresa, è difficile da ignorare.

Per produrre un chilo di carne di manzo, servono mediamente 13 chili di mangime. Per un chilo di agnello ne servono 24. Anche nel caso più “efficiente” — il pollame — il rapporto è di circa 3 a 1. Questo significa che per ogni chilo di proteine animali che arriviamo a consumare, ne abbiamo “investito” molte di più sotto forma vegetale — e la differenza è andata persa, dispersa nel metabolismo dell’animale, nelle ossa e nei tessuti non commestibili, negli escrementi.

Un bovino che consuma 790 chilogrammi di proteine vegetali nel corso della sua vita produce meno di 50 chilogrammi di proteine animali commestibili. Una perdita di oltre il 93%.

Frances Moore Lappé, economista americana, ha calcolato che negli Stati Uniti in un solo anno vengono prodotte 145 milioni di tonnellate di cereali e soia destinate agli animali, dalle quali si ricavano appena 21 milioni di tonnellate di carne, latte e uova. Significa che 124 milioni di tonnellate di cibo — cibo reale, nutriente, sufficiente a sfamare persone — vengono “bruciate” nel processo di conversione. Una quantità che, secondo le sue stime, sarebbe sufficiente a garantire un pasto completo al giorno a ogni abitante della Terra.

Solo con lo spreco di un solo Paese. In un solo anno.

6. Gas serra e cambiamenti climatici: la sorpresa più grande

Quante volte avete sentito parlare di trasporti, industria, riscaldamento come cause principali delle emissioni di gas serra? Quante volte avete sentito parlare degli allevamenti?

Eppure i dati sono chiari: la produzione animale è responsabile del 18% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra. Più di tutti i trasporti del mondo messi insieme — automobili, aerei, navi, treni.

Come è possibile? I meccanismi sono molteplici.

Il metano prodotto dalla digestione degli animali ruminanti e dall’evaporazione dei composti presenti nel letame è un gas serra 23 volte più potente dell’anidride carbonica nel surriscaldare l’atmosfera. Un singolo bovino produce circa 114 chili di metano all’anno. Moltiplicate questo dato per il miliardo e mezzo di bovini allevati nel mondo, e avete un’idea dell’entità del problema.

Il protossido di azoto — emesso dall’evaporazione delle deiezioni e dai fertilizzanti chimici azotati usati nelle coltivazioni per gli animali — è ancora più preoccupante: è 296 volte più potente dell’anidride carbonica come gas serra, e rimane nell’atmosfera per decenni.

L’anidride carbonica, infine, arriva dagli incendi delle foreste abbattute per fare spazio ai pascoli, dall’energia elettrica e dai combustibili fossili utilizzati per far funzionare le infrastrutture degli allevamenti, e dalla respirazione degli animali stessi.

A tutto questo si aggiunge l’ammoniaca emessa dallo spandimento del letame nei campi, che causa piogge acide e acidificazione degli ecosistemi, e le emissioni dei mezzi di trasporto impiegati per commerciare carne e animali vivi in tutto il mondo.

Cosa possiamo fare

Quando ci troviamo una bistecca davanti, è quasi impossibile associarla mentalmente a tutto questo. La catena di conseguenze — deforestazione, desertificazione, inquinamento chimico, consumo idrico, emissioni climalteranti — è troppo lunga, troppo lontana, troppo invisibile dal punto di vista del nostro piatto.

Ma adesso sappiamo. E sapere cambia qualcosa — almeno la possibilità di scegliere consapevolmente.

Non si tratta necessariamente di smettere di mangiare carne da un giorno all’altro — anche se chi lo fa, come ho fatto io qualche anno fa, spesso scopre che è più semplice di quanto pensasse. Si tratta di cominciare a ragionare sull’impatto delle proprie scelte alimentari con la stessa consapevolezza che portiamo in altri ambiti della nostra vita.

Ridurre il consumo di carne — anche solo sostituire uno o due pasti a settimana — ha un impatto reale e misurabile. Privilegiare carne di allevamenti locali, estensivi, certificati riduce ulteriormente il danno. Aumentare il consumo di legumi, cereali, frutta e verdura non è solo una scelta più sostenibile: è anche, quasi sempre, più economica e — con un po’ di fantasia in cucina — altrettanto soddisfacente.

A chi vuole approfondire ulteriormente consiglio la lettura di Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne di Jeremy Rifkin — un libro che fa luce su molte cose che è opportuno sapere, e che nessuno, per ovvie ragioni di interesse, si affretta a raccontarci.

Le informazioni ci sono. Adesso tocca a noi usarle.

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