isola di procida

Procida: l’isola che mi ha insegnato cosa significa davvero rallentare

C’è un momento preciso in cui ho capito che Procida mi stava cambiando qualcosa dentro. Non era un tramonto spettacolare, non era un piatto di pasta indimenticabile, non era neanche una di quelle viste che ti levano il respiro. Era un lunedì mattina — sì, un lunedì — e me ne stavo seduta su un muretto del porto con un caffè in mano, senza fare assolutamente niente. E stavo bene. Anzi, stavo benissimo.

Per una persona abituata a riempire ogni spazio, ogni pausa, ogni momento libero con qualcosa di produttivo, quella sensazione era quasi rivoluzionaria. Procida, in tre giorni, mi aveva insegnato un’arte che credevo di non possedere: quella di stare.

Ti racconto com’è andata.

Come finisco su un’isola che non avevo pianificato

La mia gita a Procida è nata per caso, come spesso accadono le cose più belle. Ero a Napoli per qualche giorno, avevo una mattina libera, e un’amica mi disse una frase che mi è rimasta impressa: “Se non sei mai stata a Procida, non hai ancora visto il Mediterraneo come era.”

Frase grossa, mi dissi. Ma la curiosità ha sempre avuto la meglio su di me, e così ho preso il primo traghetto dal porto di Beverello, un’ora di navigazione, e mi sono ritrovata a Marina Grande con una piccola borsa, nessun programma preciso e una libertà che non sentivo da un po’.

Spoiler: quella mattina libera è diventata tre giorni. Non me ne pento neanche per un secondo.

La prima cosa che vedi, e perché non puoi prepararti davvero

Quando il traghetto si avvicina a Marina Grande, vedi le case. Le hai già viste nelle fotografie, probabilmente — quell’accozzaglia meravigliosa di gialli, rosa, arancioni, azzurri, turchesi. Eppure nessuna fotografia te le restituisce davvero, perché nessuna fotografia riesce a catturare la luce specifica con cui i muri colorati di Procida brillano alle otto di mattina.

Mi sono fermata sul molo per qualche minuto, prima ancora di muovermi. Una donna accanto a me, una turista svedese con una macchina fotografica grande come uno zaino, ha detto sottovoce: “Come i bambini che colorano fuori dai bordi.” Era la descrizione perfetta. Procida è un posto che sembra colorato fuori dai bordi — e per questo, stranamente, sembra più vero degli altri.

Terra Murata: quando la storia si mette sotto i piedi

La prima cosa che ho fatto, dopo il caffè del porto, è stata salire. Procida ha un punto alto, Terra Murata, il borgo medievale arroccato sulla collina più alta dell’isola. Novanta metri sul mare che, con il sole di maggio e una valigia leggera, si fanno in venti minuti di cammino lungo Via San Michele.

La salita è lenta, bellissima, profumata di capperi e di macchia mediterranea. Lungo la strada i muri di tufo giallo si alternano agli archi antichi, ai vasi di geranio, ai gatti che presidiano i gradini con la dignità di chi sa di essere esattamente nel posto giusto.

In cima c’è il Palazzo d’Avalos, che è stato un carcere fino al 1988. Ogni volta che lo racconto la gente fatica a crederci — fino al 1988, con quella vista sul golfo di Napoli davanti. C’è qualcosa di profondamente malinconico in questo pensiero, e insieme qualcosa che ti fa apprezzare, con una gratitudine improvvisa, il fatto di essere lì per scelta.

Accanto al palazzo, l’Abbazia di San Michele Arcangelo. Entraci, anche se non sei particolarmente religiosa. Il silenzio che c’è dentro ha una qualità diversa dal silenzio di fuori. È un silenzio che ha secoli, e in qualche modo ti trasmette una calma che non ti aspettavi di trovare.

Marina Corricella: il posto dove ho deciso di restare

Scendo da Terra Murata attraverso una scalinata ripida, e mi ritrovo a Marina Corricella. Ed è qui, lo dico subito, che ho perso completamente la cognizione del tempo.

La Corricella è un piccolo borgo di pescatori raccolto intorno a un porticciolo minuscolo. Le case sono basse, colorate, addossate le une alle altre come se avessero paura di cadere in mare. Le barche sono tirate in secco. Le reti sono stese ad asciugare. I gatti dormono ovunque con una serenità che, onestamente, ho invidiato.

Ho pranzato lì, in una trattoria con quattro tavolini e una lavagna scritta a mano. Spaghetti alle vongole. Non so spiegarti perché fossero i migliori che abbia mai mangiato — forse il mare vicino, forse la fame della camminata, forse il fatto che ero sola e non dovevo parlare con nessuno. Probabilmente tutte e tre le cose insieme.

Sono rimasta seduta lì quasi due ore dopo aver finito di mangiare. Non leggevo, non scrivevo. Guardavo il porto. Guardavo le barche. Guardavo un pescatore anziano che riparava una rete con la pazienza di chi sa che certe cose non si fanno in fretta.

È in quel momento che ho capito la cosa sul rallentare.

Chiaiolella e Vivara: l’altro versante dell’isola

Il giorno dopo ho attraversato l’isola a piedi fino a Chiaiolella, il porto sull’altro versante. Venti minuti di cammino lungo le strade centrali, attraverso la Procida quotidiana — le scuole, le botteghe, le signore con la spesa, i motorini parcheggiati in modo creativo.

Chiaiolella è diversa da Marina Grande. Più aperta, più tranquilla, con un lungomare ampio dove la sera la gente passeggia con la lentezza di chi non ha nessun posto dove dover arrivare.

Da lì si vede Vivara, un piccolo isolotto collegato a Procida da un ponte pedonale. È una riserva naturale, accessibile solo con visite guidate prenotate in anticipo. Se stai pianificando il viaggio, organizzati per tempo — ne vale assolutamente la pena. Camminare su Vivara è come entrare in una versione del Mediterraneo che pensavi fosse andata perduta: macchia bassa, silenzio, profumo di timo selvatico, panorami che tolgono il respiro.

È uno di quei posti dove senti, fisicamente, di essere esattamente dove dovresti essere.

Il limone procidano, ovvero la scoperta più inaspettata

Non posso scrivere di Procida senza parlarti del limone. Il limone procidano è enorme, profumato, con una buccia spessa che si mangia. E i procidani ne hanno fatto un’insalata — sì, hai letto bene — che si chiama “insalata di limoni”: fette spesse di limone, olio, aglio, menta, peperoncino.

La prima volta che me la hanno portata ho pensato che ci fosse un errore. Non c’era nessun errore. Era straordinaria. Una di quelle cose semplici, quasi impossibili da spiegare, che ti convincono che la semplicità ha sempre il suo perché.

Procida, in questo, è coerente con se stessa: non si complica. Non cerca di impressionarti. Ti dà quello che ha — il mare, i colori, il pesce, il limone — e ti lascia fare il resto.

Perché Procida è un posto per chi cerca qualcosa di vero

Se sei del tipo che ha bisogno di organizzare ogni minuto del viaggio, di spuntare le caselle, di “fare tutto” in una giornata, Procida ti metterà un po’ a disagio. Non perché sia difficile o complicata, ma perché non si presta a quel tipo di fruizione. Non ha monumenti da “fare” in trenta minuti. Non ha una lista degli imperdibili che finisce.

Ha, invece, angoli. Atmosfere. Momenti. Ha quella qualità rara di farti sentire, anche solo per qualche ora, che il tempo è tuo.

Se vuoi prepararti al meglio prima di partire, ti consiglio di visitare questo sito web su Procida: troverai informazioni pratiche su traghetti, spiagge, itinerari e tutto quello che serve per organizzare il viaggio nel modo giusto.

Ma una volta lì, metti via le guide. Cammina senza meta. Siediti dove ti pare. Ordina quello che ti consiglia il cameriere. Parla con la gente.

Procida ti darà molto di più di quello che ti aspettavi. E probabilmente ti darà anche qualcosa che non sapevi di cercare.

Una cosa che porto ancora con me

Sono tornata a casa con qualcosa che non avevo messo in valigia: la consapevolezza che la lentezza non è perdita di tempo. È un modo diverso di usarlo.

Procida me lo ha insegnato su un muretto del porto, con un caffè in mano, un lunedì mattina. Senza dirlo. Semplicemente esistendo nel modo in cui esiste: lenta, colorata, un po’ distratta, meravigliosamente se stessa.

E quella cosa lì, te lo giuro, vale il prezzo del traghetto.

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