El Médano, la Tenerife hippie che i resort non ti raccontano
A El Médano arrivi e capisci subito che hai sbagliato isola. O che finalmente l’hai trovata, dipende dai punti di vista. Mentre quaranta chilometri più a ovest, a Playa de las Américas, i grandi alberghi all-inclusive distribuiscono braccialetti colorati e calamari surgelati a buffet, qui — sulla stessa costa sud di Tenerife — il vento spazza una spiaggia di sabbia chiara lunga quasi due chilometri, un vulcano rosso veglia sull’acqua, e in spiaggia siedono persone che vivono qui da sei mesi senza che nessuno gli abbia mai chiesto da dove vengono. È la Tenerife che non si vede nei dépliant. Ed è probabilmente la più viva.
Cosa leggerai
Il villaggio che il turismo non ha potuto disinnescare
El Médano è un piccolo abitato del comune di Granadilla de Abona, costa sudest dell’isola, dieci minuti d’auto dall’aeroporto Reina Sofía. Tecnicamente è una località turistica, ma è scampata al destino delle sue vicine — Los Cristianos, Costa Adeje, Las Américas — per una ragione semplice e bellissima: ci tira un vento così costante che i palazzinari degli anni Ottanta hanno deciso che non valeva la pena costruirci grattacieli. Volevano spiagge piatte, mare tranquillo, ombrelloni in fila. Qui c’erano onde, raffiche di trenta nodi e una collina rossa nel mezzo. Hanno traslocato altrove.
Quello che è rimasto è un villaggio vero, abitato per quasi metà da residenti canari e per il resto da una comunità internazionale di surfisti, kitesurfisti, insegnanti di yoga, artigiani, terapeuti, nomadi digitali, surfisti di onda, surfisti di vento, e qualche giapponese contemplativo che gira con la tavola sotto braccio anche quando non c’è onda. Le case basse sono dipinte di bianco e azzurro, le strade portano nomi di pesci e vulcani, e in giro non si vede una sola insegna fluorescente.
La Montaña Roja e la spiaggia che non finisce
Sopra il villaggio si alza la Montaña Roja, un cono vulcanico di tufo color ruggine, riserva naturale protetta dal 1987. Il sentiero che porta in cima è breve, quarantacinque minuti dal parcheggio sotto, e regala una di quelle viste che mettono d’accordo l’occhio e il petto: la spiaggia bianca curva di sotto, l’Atlantico che cambia colore ogni dieci minuti, e nelle giornate limpide il Teide all’orizzonte, perfettamente conico, con la sua punta che a volte sa di neve. È un posto in cui si capisce perché certi popoli antichi credevano che le montagne fossero corpi vivi.
La spiaggia di sotto è tra le più lunghe di tutta Tenerife, e una delle poche veramente naturali, con la sua sabbia chiara mai importata. Camminandola da nord a sud si passa attraverso tre micro-mondi: la parte centrale con bagnanti e famiglie, la parte alla base della Montaña Roja con surfisti e ragazzi che fanno yoga al tramonto, e l’estremità sud — la zona di La Tejita — più selvaggia, dove il nudismo si pratica senza enfasi, come una cosa normale.
Il vento, e la tribù internazionale dei rider
A El Médano l’alisio soffia quasi tutto l’anno. È un vento freddo, costante, prevedibile, che da nordest scende ad accarezzare la baia e trasforma l’acqua in un campo da gioco. Dagli anni Ottanta il villaggio è diventato uno dei poli mondiali del windsurf e del kitesurf: qui si gareggiano tappe della Coppa del Mondo, si allenano gli atleti professionisti, e ogni mattina d’estate si vedono volare sopra le onde quaranta vele colorate contemporaneamente.
Ma la comunità che vive qui — molti l’hanno chiamata tribù, ed è una parola giusta — non è solo agonistica. Sono persone che si sono spostate dalle proprie città d’origine cercando un’altra dimensione di vita: ritmi sull’oceano, alimentazione vegetale, lavoro da remoto, qualcosa che somigli a un senso. Ci si riconosce nei bar la mattina, ci si saluta al mercato la domenica, ci si presta la tavola se la propria si rompe. Non è una comune. È qualcosa di più sfumato, e per questo più resistente.
La vita lenta di El Médano
La domenica mattina si va al mercato della Plaza Principal: bancarelle di artigianato, prodotti biologici, oli essenziali fatti a mano, vestiti riciclati da donne che girano scalze, un saltimbanco francese, un musicista cileno con un’arpa a venti corde. Si beve un tè freddo allo zenzero, si mangia un’arepa vegana, si tocca un cristallo. Non è folklore costruito per turisti: è la vita reale del posto, che continua anche da gennaio a marzo, quando i turisti europei sono altrove e El Médano è abitata solo dai suoi.
I caffè sono pochi e tutti hanno menù in inglese, spagnolo, tedesco, francese, italiano. Le colazioni francesi si guardano l’oceano. I piccoli bistrot vegetariani servono toast con avocado, semi di melagrana e sale rosa dell’Himalaya che costano dodici euro e li valgono. Per cena, le calderetas di pesce e le papas arrugadas dei ristoranti canari più nascosti sono ancora un appuntamento autentico, e costano un terzo che a Costa Adeje. Tra una cosa e l’altra, lo sport nazionale di El Médano è restare seduti, guardare l’oceano, e non avere fretta.
Quando andare, dove dormire, cosa portare
El Médano si gode tutto l’anno, ma i mesi migliori per chi cerca l’atmosfera più pura sono ottobre-novembre e febbraio-marzo: temperature ferme intorno ai ventidue gradi, vento meno aggressivo che d’estate, comunità al completo, prezzi ragionevoli. Luglio e agosto sono per i windsurfer veri — vento fortissimo, gare, intensità — e per chi cerca movimento.
Dormire nei resort non ha senso: non ce ne sono, e quei pochi sono fuori dal villaggio. Meglio un appartamento in affitto nel paese vecchio, una casa indipendente sui pendii della Montaña Pelada, o una delle piccole pensioni che combinano alloggio e lezioni quotidiane di yoga. In valigia: un costume, una felpa, un libro che sappia aspettare, scarpe da trekking, eventualmente un quaderno per gli appunti. Tutto il resto, qui, lo trovi al mercato della domenica. O non ti serviva davvero.
