Formentera nudista, ovvero una breve storia dell’isola in cui togliersi i vestiti è quasi un dovere civico
Se nel 1968, in un giorno qualunque di tarda primavera, vi foste trovati a percorrere a piedi la lingua di sabbia di Ses Illetes, avreste assistito a una scena che oggi qualcuno definirebbe “tipica formenterana” e che all’epoca, sul resto del territorio spagnolo, vi avrebbe procurato un arresto immediato. Decine di giovani, in larghissima maggioranza stranieri, completamente nudi, distesi sulla sabbia a leggere libri di poesia americana, suonare flauti dolci di legno, o semplicemente guardare il mare con quell’espressione assorta che, prima dell’invenzione di Instagram, era ancora possibile esibire senza secondi fini.
Quella scena, apparentemente banale, era un piccolo atto rivoluzionario. La Spagna del 1968 era ancora la Spagna di Franco, un regime cattolico autoritario che considerava la nudità in pubblico un reato penale punibile con multa o, nei casi più ostinati, con detenzione. Eppure a Formentera, isola dimenticata da tutti e in particolare dalle autorità di Madrid, qualcosa stava succedendo. Si era creata una piccola enclave dove le regole del resto del paese, per ragioni che vale la pena ricostruire, semplicemente non si applicavano. E quella enclave avrebbe finito per definire, più di qualunque depliant turistico successivo, l’identità contemporanea dell’isola.
Cosa leggerai
Da dove arrivavano
I primi “spogliati di Formentera”, se possiamo chiamarli così, non erano nudisti militanti nel senso novecentesco del termine. Non venivano dai movimenti naturisti tedeschi o scandinavi degli anni Trenta, che avevano una loro ideologia precisa fatta di igiene fisica, ginnastica all’aria aperta e ritorno alla natura. Erano qualcosa di nuovo: giovani americani in fuga dalla California, viaggiatori europei radicalizzati dalle proteste del Sessantotto, qualche musicista in cerca di un posto dove scrivere canzoni senza essere disturbato, qualche pittore che aveva semplicemente smesso di poter pagare l’affitto a Parigi o ad Amsterdam.
Avevano sentito parlare di Formentera in modi obliqui — un amico tornato da Ibiza, un articolo su qualche rivista underground, una voce raccolta in un caffè di Tangeri — e quando ci arrivavano scoprivano un posto dove la terra costava praticamente niente, le case rurali abbandonate si potevano occupare con pochissimi soldi, gli isolani locali erano abituati a un’estrema parsimonia di parole e di giudizio, e il clima permetteva di vivere nove mesi l’anno con un guardaroba ridotto al minimo. Il passaggio successivo, abbandonare anche quel minimo, era più una conseguenza pratica che un manifesto politico. A trentacinque gradi di temperatura percepita, in una caletta deserta, l’idea stessa di indossare qualcosa cominciava a sembrare un capriccio.
Tra il 1967 e il 1971 questa piccola comunità raggiunse il suo apice. Bob Dylan trascorse alcuni mesi vicino a La Mola, in una casa rurale che ancora oggi i locali indicano a chi chiede. Quattro membri dei Pink Floyd passarono per l’isola in periodi diversi. Joni Mitchell ne scrisse una canzone, “Carey”, ambientata in realtà a Matala a Creta ma figlia dello stesso ambiente migratorio. King Crimson, secondo alcune fonti, vi compose parte di un album. Si era creata una geografia parallela dell’Europa giovane e creativa, e Formentera ne era uno dei nodi principali, insieme a Ibiza, Matala e a una manciata di altri luoghi mediterranei dove le regole del mondo borghese sembravano essere state momentaneamente sospese.
Cosa accadde davvero quando arrivarono i turisti veri
La cosa interessante — e meno raccontata — è che quella prima generazione hippy si dissolse piuttosto in fretta. Verso la metà degli anni Settanta, con la morte di Franco nel 1975 e l’inizio della transizione democratica spagnola, Formentera cominciò a diventare un’altra cosa. Arrivarono i primi turisti tedeschi, poi i primi italiani, poi gli scandinavi. La terra non costava più “niente”: cominciava a costare qualcosa. Le case rurali abbandonate cominciarono a trovare proprietari interessati a venderle, e i prezzi a salire. Buona parte della comunità originaria se ne andò, qualcuno per scelta, qualcuno perché non poteva più permettersi di restare.
Ma — ed è qui il punto storicamente rilevante — la pratica di stare nudi in spiaggia non se ne andò con loro. Era diventata, nel frattempo, parte del paesaggio. I turisti tedeschi degli anni Settanta, formati alla Freikörperkultur nazionale, si trovarono semplicemente molto a loro agio in un posto dove nessuno trovava strano quello che a casa loro era invece praticato in spazi riservati. Gli italiani, più riservati per tradizione, scoprirono che potevano comportarsi come a casa propria nelle zone “vestite” e adottare progressivamente il costume locale nelle altre. Si creò un equilibrio non scritto, una specie di topografia silenziosa che funzionò — e in larga parte continua a funzionare — fino a oggi.
La geografia del nudo, oggi
Cinquant’anni dopo, Formentera è un’isola dove la nudità in spiaggia è una possibilità sempre disponibile ma raramente obbligatoria. È utile capirne la mappa, perché chi arriva pensando che “tanto è tutta nudista” o, viceversa, “non oserei mai” sbaglia in entrambe le direzioni.
Esistono spiagge dove il naturismo è la norma quasi assoluta. La parte di Migjorn chiamata Es Mal Pas, all’estremità orientale della grande distesa meridionale, è storicamente la più “spogliata” dell’isola: ci si va nudi praticamente al cento per cento, e chi arriva vestito si sente, paradossalmente, fuori contesto. Llevant, sul lato orientale della lingua di sabbia che ospita anche Ses Illetes, ha una sezione settentrionale dichiaratamente naturista che attira soprattutto un pubblico nordeuropeo. La piccola spiaggia di Caló des Mort, accessibile solo via sentiero, è frequentata in maggioranza da naturisti, sia per tradizione che per la sua natura appartata. L’isolotto di Espalmador, raggiungibile in taxi-boat dalla Savina, è probabilmente il punto più “libero” dell’arcipelago: una manciata di calette protette dove negli ultimi cinquant’anni nessuno ha mai pensato che servisse un costume da bagno.
Esistono poi spiagge “miste” dove la nudità convive pacificamente con i bagnanti vestiti. Buona parte di Migjorn — Es Ca Marí, Es Arenals — funziona in questo modo, con una distribuzione fluida che cambia di giorno in giorno. Ses Illetes è formalmente mista, anche se l’enorme affluenza turistica e la presenza di stabilimenti e ristoranti a cinque stelle vi ha portato negli ultimi vent’anni una composizione sociale più “vestita” rispetto al passato. Cala Saona è generalmente vestita ma con qualche presenza topless distribuita lungo la baia.
Esistono, infine, le spiagge dove il nudismo non si pratica per ragioni puramente pratiche: spazi piccoli, presenza di famiglie, vicinanza con villaggi abitati. Es Caló de Sant Agustí, ad esempio, è sempre stato un piccolo porto di pescatori e mantiene una composizione conservativa per ragioni di rispetto verso i residenti.
Il piccolo gradiente del topless
Esiste una zona grigia, sempre più rilevante negli ultimi anni, che vale la pena distinguere. Tra la nudità completa e il costume integrale c’è la pratica intermedia del topless, che a Formentera è storicamente diffusissima e — questa è la novità — sta diventando l’opzione quantitativamente più frequente sulle spiagge miste. Anche tra le viaggiatrici più riservate, una giornata a Migjorn senza la parte superiore del costume è una scelta che capita di vedere praticata da donne di tutte le età e provenienze, senza che nessuno trovi qualcosa da commentare. Per chi voglia approfondire i risvolti pratici, sociali e culturali del topless a Formentera, vale la pena ricordare che la giurisprudenza spagnola in materia è particolarmente permissiva: la nudità del seno femminile in spiagge pubbliche è esplicitamente equiparata a quella maschile, e qualunque tentativo di imporre obblighi diversi è stato sistematicamente respinto dai tribunali. Significa che, sul piano legale, non c’è alcuna differenza tra una spiaggia e l’altra. Sul piano del costume sociale, invece, la differenza esiste, ed è semplicemente legata al contesto e alla composizione di chi c’è in quel momento.
Cosa imparare prima di partire
A questo punto, se state pianificando una visita, vale la pena fissare alcune coordinate pratiche che vi eviteranno l’imbarazzo dei due estremi opposti.
Prima cosa: a Formentera non c’è nessun obbligo, in nessuna direzione. Se siete a vostro agio in costume, restateci; se preferite il topless, fatelo; se vi va il nudo integrale, andate sulle spiagge dove è la norma. Nessuno vi giudicherà in alcun caso, perché l’isola ha cinquant’anni di abitudine a vedere tutte le combinazioni possibili e ha sviluppato un’indifferenza benevola che, in mezzo al mondo iper-osservato in cui viviamo, è quasi terapeutica.
Seconda cosa: rispettate le proporzioni del contesto. Andare in topless o nudi in spiaggia è una cosa, farlo nei ristoranti, nei chiringuiti, nei paesi è un’altra. Sant Francesc Xavier resta un piccolo capoluogo con i suoi residenti, le sue tradizioni cattoliche, le sue signore che vanno a messa la domenica. La regola non scritta è semplice: in spiaggia tutto è possibile, dal momento in cui mettete piede sulla sabbia; appena risalite il sentiero verso il parcheggio, indossate qualcosa.
Terza cosa: occhio al sole. Sembra un consiglio sciocco ma non lo è. La quantità di turisti che ogni anno scoprono dolorosamente che certe zone del corpo, abituate a non vedere il sole, reagiscono molto male a otto ore consecutive di esposizione mediterranea, è uno dei piccoli segreti delle farmacie formenterane. Una buona crema solare, applicata con criterio e ripetutamente, vale qualunque considerazione filosofica sulla libertà del corpo.
L’eredità di chi se n’è andato
Tornando per un momento agli hippy degli anni Sessanta da cui siamo partiti: cosa resta, oggi, della loro presenza? Pochissimo, in termini fisici. Le case che abitarono sono state ristrutturate e vendute, le rotte clandestine di approvvigionamento dei loro caffè non esistono più, le canzoni che cantavano si trovano su qualunque piattaforma streaming. Eppure qualcosa è rimasto, e non è un dettaglio.
È rimasta l’idea — radicata nell’isola al punto da essere diventata invisibile — che a Formentera certi gesti che altrove fanno problema, qui non ne fanno. Spogliarsi, nel grande disegno delle cose, è solo uno di questi gesti. Ce ne sono altri: bere un caffè scalzi al banco di un bar, conversare con uno sconosciuto come se vi conosceste da sempre, fermare un’auto per chiedere un’indicazione senza che nessuno trovi strana la richiesta, addormentarsi su una spiaggia al pomeriggio e non trovare niente di rubato al risveglio.
È un patrimonio fragile. Si erode un poco ogni anno, con l’arrivo di nuovi turisti che portano con sé regole di altri luoghi, con la crescita dei prezzi che cambia la composizione sociale di chi può permettersi di starci, con la progressiva trasformazione dell’isola in destinazione di lusso. Ma è ancora lì, e una buona parte del fascino di Formentera dipende esattamente da quello.
I primi spogliati del 1968, in fondo, non sapevano di stare fondando una tradizione. Pensavano semplicemente che togliersi i vestiti, in quel posto, in quel momento, fosse la cosa più sensata da fare. Avevano ragione cinquant’anni in anticipo, e oggi gli isolani — quelli che li accolsero allora con un’alzata di sopracciglio e una mezza risata — sembrano dargliela molto volentieri.
